Il villaggio di Dalsim è uno dei tanti che sono sorti nel corso dei secoli nella vallata del fiume Pech.
Qui la civiltà, come in tutta questa zona dell'Afghanistan, non è mai arrivata del tutto, e la gente vive ancora di pastorizia e agricoltura.
Gli abitanti sono stati temprati dall'ambiente aspro in cui vivono: duri e coriacei, riservati e chiusi verso gli stranieri.
Specialmente se sono degli invasori.
Mentre il sole sta andando a morire dietro le montagne che circondano il villaggio, un vecchio è appena uscito da una capanna fatta di pietre posate a secco: il volto rugoso sembra fatto di cuoio, ed ha una lunga barba ormai bianca e radi capelli sulla nuca, nascosti dal pakol, il tradizionale berretto pasthu di lana. Il corpo magro è coperto da un lungo thwab, una specie di tunica lunga fino alle caviglie, di un anonimo color grigio.
Abiti poveri e semplici, vissuti: gli abiti di chi ha sempre dovuto lavorare duramente per sopravvivere in quell'ambiente povero e ostile.
Il vecchio si guarda attorno, e dopo aver preso un bastone appoggiato al muro della sua abitazione, con alcuni versi richiama l'attenzione del suo piccolo gregge di capre, sparpagliate in mezzo alla stradina che conduce verso casa sua. E' ora di farle rientrare, pensa.
<Assalam u alaikum, Yussuf.>
Il vecchio si volta, di scatto, nel sentire quella voce alle proprie spalle: impegnato com'era nel suo compito, non l'ha sentito arrivare.
Una voce che l'ha salutato in un buon pasthun, nonostante forse la pronuncia un po' esitante. Ma del resto, che cosa ci si può aspettare da uno straniero?
<Wa alaikum u ssalam, Sergente.>
La figura davanti a Yussuf è infatti un soldato. Uno degli occidentali arrivati molti anni prima nel suo paese... per liberare la sua gente, dicevano, dal giogo degli oppressori talebani.
Le cose non furono proprio così semplici... ma questa, è un'altra storia.
In particolare, l'uomo che ha davanti è un americano. Giovane, non avrà ancora trent'anni. Capelli castani chiari corti, barba lunga, occhi azzurri. Ed un ampio sorriso.
E' armato di tutto punto: anfibi; una mimetica desertica; una kefiah attorno al collo per ripararsi dalla polvere; occhiali da sole per proteggere gli occhi dal riflesso del sole al tramonto. Ha anche l'elmetto, ma non ce l'ha addosso: è appeso al suo zaino con tutto il resto del suo equipaggiamento.
Yussuf nota anche che l'uomo porta con sè la pistola di ordinanza ed il suo P-90.
Si stanno preparando per qualcosa, pensa.
<Vieni, Sergente Hunt. Siediti qui con me.>
Martin accetta volentieri l'invito, e dopo essersi tolto il pesante zaino s'accomoda sulla misera panca di legno di fronte alla casetta di Yussuf. Da una tasca della giacca, tira fuori un pacchetto, e lo porge al vecchio.
<Sigaretta?>
<Grazie.>
Sono sigarette buone, non quelle che si trovano da quelle parti... quando si trovano. Martin se ne infila una in bocca, poi tira fuori uno zippo. Accende prima quella di Yussuf, riparando la fiamma con la mano destra dalla brezza che sta iniziando a tirare dai monti. Poi pensa alla sua.
Per un po', i due non dicono niente, si limitano a fumare in silenzio, guardando il cielo infiammato dal sole che piano piano va calando.
Yussuf si ritrova a pensare al giovane che ha seduto accanto a sè. Non l'avrebbe mai detto ma... è una brava persona, per essere un occidentale infedele. Uno che ha imparato la lingua del posto in tutti gli anni che è rimasto nel suo paese, per promuovere la convivenza con le popolazioni indigene. Uno che ha sempre trattato bene i civili. Uno con cui si è fermato spesso a chiacchierare sempre su quella stessa panchina. Uno che potrebbe definire suo amico.
Oggi però il sergente Hunt non sembra in vena di chiacchiere. Dopo aver espirato l'ennesima boccata di fumo, Martin prende la sigaretta tra indice e pollice della mano destra e se la sfila dalla bocca, scuotendola un po' per far cadere a terra la cenere.
<Sono venuto a salutarti, Yussuf. La mia unità è stata trasferita. Ce ne andiamo domani.>
In un certo senso, Yussuf se lo aspettava. Nei giorni scorsi il campo degli americani nel villaggio era in pieno fermento. Ecco cosa stavano preparando. Solo che non può fare a meno di sobbalzare, per la sorpresa. Conoscendo quello che sa lui...
<E dove... dove andate?>
<Ah, non lo so, Yussuf. Sai come funziona: i capi non ci dicono mai niente. So solo che risaliremo il Pech, andando verso nord.>
Il vecchio rimane impietrito. Un lampo di... dolore attraversa per un istante i suoi occhi. E' la sua unità allora che... ma dura solo un istante. Yussuf è bravo a nascondere i suoi veri sentimenti dietro un espressione impenetrabile. Non può fare altrimenti. Ma non pensava che sarebbe toccato proprio a loro... non si diceva chi sarebbero stati i prossimi...
<Quindi mi sa che non ci vedremo per un bel po'. Cerca di stare bene, mi raccomando. E salutami anche Adila, ok?>
Il nome di Adila dà coraggio a Yussuf. Adila è la sua unica nipotina, di quasi dieci anni. I suoi genitori sono stati uccisi durante uno scontro a fuoco tra i guerriglieri della regione e le truppe regolari afghane. E ora tocca a lui crescerla e proteggerla dal mondo feroce in cui vivono.
E Loro hanno minacciato di farle cose terribili, se solo Yussuf dirà una parola... che scelta aveva?
<Tutto bene, Yussuf? Che c'è, non dirmi che ti eri affezionato?>
Il tono del sergente è canzonatorio, ma il sorriso è gentile.
<Certo. Sei diventato un amico della mia famiglia, Martin. Hai fatto tanto per noi. Come quando hai fatto venire un medico dei tuoi quando Adila stava male. Ci mancherai.>
<Beh... non so bene quali siano gli ordini. Ma magari, in futuro potrei...>
Yussuf ha ormai terminato la sigaretta, quindi la butta per terra e la schiaccia con la scarpa, per assicurarsi che sia spenta. Quindi interrompe Martin, con un gesto della mano.
<Ricordati che è Dio che dispone del futuro. Noi possiamo fare solo dei piani. Ma è Dio alla fine che decide come dovranno andare le cose. Ed il buon fedele accetta quello che gli viene dato. Sia che sia buono... che sia cattivo. Così è scritto. Ricordatelo.>
In quell'ultima frase di Yussuf, si sente chiaramente una vaga amarezza di fondo. Un certo senso di tristezza, che l'americano probabilmente potrebbe interpretare come dolore per quel distacco. Ma c'è dell'altro sotto. Non può avvertirlo in un altro modo, lo sa. Non può fare altro, o si verrebbe a sapere e Adila ne pagherebbe le conseguenze. Ma così è troppo criptico. Non riuscirà mai a capirlo. Sono condannati, ormai.
Martin getta la sigaretta, e poi si alza in piedi, seguito all'istante dal vecchio pasthu. Sembra più che altro... perplesso, per quella strana raccomandazione. Non ha afferrato fino in fondo le implicazioni di quello che gli è stato detto.
<Beh... me ne ricorderò, Yussuf. Di nuovo, statemi bene, tu e Adila. A presto...>
<Inshallah, figlio mio.>
Il vecchio abbraccia il soldato, e poi lo lascia andare, nella sera di Dalsim. C'era del vero affetto, quando lo ha chiamato "figlio". Ed anche una profonda tristezza. Scuote il capo, mentre, dopo aver seguito Martin che si allontana verso il campo base, torna a fissare le sue capre. La sua mente corre, corre...
Un bravo ragazzo, pensa. L'ho fatto per proteggere Adila ma... è proprio triste, che debba morire.
